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A proposito di ricerca: il Sarcoma di Kaposi?

Malattie dimenticate
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Cosa sono le malattie dimenticate?

Sono malattie che hanno un impatto devastante sulla vita sociale, economica e politica degli abitanti del Sud del Mondo. Il loro potenziale mercato è insufficiente per attirare investimenti privati e vi è una cronica carenza di fondi pubblici destinati alla ricerca: su un totale di 1393 farmaci sviluppati fra il 1975 ed il 1999 solo 13 (1%) sono indicati per queste malattie.

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di Marco Fodde

Sembra che nel nostro Paese non esista la possibilità di fare fattivamente ricerca scientifica se la contropartita economica non è allettante per i potenziali benefattori, donatori e finanziatori.
In particolare mi riferisco alla difficoltà di trovare fondi (nemmeno tanti) per fare subito qualcosa di concreto per chi in Africa è colpito inesorabilmente dal sarcoma di Kaposi provocato dal virus HHV8.
Il gruppo di ricercatori italiani, guidato da Mario Coluzzi e Valeria Ascoli anni fa, avanzarono una ipotesi molto verosimile sulla trasmissione di HHV8 legata alla patogenesi del sarcoma di Kaposi non associato all'Aids.
Se è accertata l’associazione tra virus e patologia non lo è altrettanto il modo con cui sia così diffuso in alcune zone geografiche. Per esempio, proprio in Africa, più del 50% degli adulti è infettato. Se in questo caso la via sessuale può spiegare solo l'elevato tasso di infezione in alcuni gruppi, come gli omosessuali, per le altre classi sociali il contatto con HHV8 avviene prevalentemente in ambiente familiare. Ma perché si inneschi la replicazione del virus e si sviluppi il sarcoma di Kaposi i fenomeni devono interagire in una tragica miscela di virus, ospite infettato e cofattori ambientali.
Originariamente si era sospettato che entrassero in lizza le caratteristiche genetiche dell'ospite e la simultanea presenza del plasmodio malarico o addirittura la radioattività del suolo vulcanico africano. 
Invece, il gruppo del Prof. Coluzzi ha puntato l’attenzione sulla altissima densità di insetti ematofagi sempre presenti in Africa.
L'ipotesi, che è odierno oggetto di ricerca, deve essere testata sperimentalmente. Essa si basa sul fatto che le punture di insetti ematofagi che sono presenti in grandi densità in tutte le regioni geografiche dove si registrano alti tassi di incidenza per il Kaposi siano responsabili della creazione di un microambiente cutaneo che favorisce la sieroconversione, preparando quindi il terreno perché in fase avanzata di età e in concomitanza con una deregolazione del sistema immunitario dovuta all'invecchiamento, nuove punture di insetti possano riattivare il virus portando alla trasformazione tumorale.
In pratica, la trasmissione avverrebbe per l'abitudine delle mamme di leccare la cute del bambino dove questi è stato punto da un insetto e si è grattato: le mamme sieropositive trasmetterebbero in questo modo il virus, che nella sede della puntura troverebbe una ambiente immunodepresso a causa di sostanze presenti nella saliva degli insetti, e quindi potrebbe iniziare a replicarsi nell'ospite. 
Il gruppo di ricerca condotto dal Prof. Coluzzi ha ideato un protocollo sperimentale per controllare questa ipotesi squisitamente italiana, che per la prima volta introduce il concetto di «artropode promotore», un insetto ematofago, come la zanzara, i flebotomi o i moscerini pungenti, che non veicola direttamente il parassita ma agisce come facilitatore della trasmissione.
In definita questa ricerca potrebbe in breve tempo dimostrare il ruolo degli insetti ematofagi nella trasmissione del sarcoma di Kaposi e quindi iniziare una importante campagna di profilassi.
Tuttavia, come accennato in apertura, per attuare il programma scientifico sono necessari fondi e fiducia ed è tragicamente avvilente che non si riesca a trovare l’attenzione dei media e dei cosiddetti enti benefici… 
Non si può fare a meno di chiedersi se sia impossibile fare del bene senza vederci per forza un interesse economico: praticare la vera “ricerca pura” è utopia?

 


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