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La mia ricerca sulla malaria

Malattie dimenticate
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Cosa sono le malattie dimenticate?

Sono malattie che hanno un impatto devastante sulla vita sociale, economica e politica degli abitanti del Sud del Mondo. Il loro potenziale mercato è insufficiente per attirare investimenti privati e vi è una cronica carenza di fondi pubblici destinati alla ricerca: su un totale di 1393 farmaci sviluppati fra il 1975 ed il 1999 solo 13 (1%) sono indicati per queste malattie.

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La malaria è forse la più spietata e terribile mietitrice di vite africane degli ultimi decenni; essa fa parte del club delle malattie dimenticate ed è l'oggetto delle ricerche di Oskar Akide. Spinti dalla nostra curiosità, diventata ancora più acuta come ogni volta che si parla di qualcosa di nascosto e dimenticato, abbiamo posto qualche domanda al nostro amico Oskar.

 

Oskar, qual è il tuo paese di origine e quale la malattia che colpisce di più la popolazione?

Sono nato in Camerun, nell’Africa occidentale. La malaria è la patologia che causa il più alto numero di morti, e colpisce soprattutto le donne incinte e i bambini. La malaria uccide più dell’AIDS, anche se quest’ultima viene classificata dai media come la prima causa di morte in Africa. La malaria induce depressione nel sistema immunitario, e di conseguenza facilita la sopravvivenza del virus HIV.

Quali misure di prevenzione e di cura utilizza il governo per ridurre il numero di persone infette dalla malaria?

Fino all’inizio degli anni ’90 i farmaci per curare la malaria venivano distribuiti a tutta la popolazione gratuitamente. In seguito, a causa delle pressioni internazionali da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, i governi dei paesi africani sono stati costretti a ridurre il loro deficit e quindi anche le spese per la sanità pubblica.

Attualmente in Camerun bisogna pagare molti servizi ospedalieri, e di conseguenza i malati più poveri non possono permettersi tutte le cure necessarie.

Il governo camerunense sta attuando un piano di sensibilizzazione sul mantenimento delle condizioni igieniche; ogni pozzanghera d’acqua deve essere prosciugata, prima che diventi l’ambiente ideale per la crescita delle zanzare portatrici del protozoo della malaria. Occorre educare le persone a presentarsi subito in ospedale all’insorgere dei primi sintomi della malattia.

Quali sono i farmaci utilizzati in Africa?

Per quanto riguarda il Camerun in passato si utilizzava il nevaquin, sostituito più recentemente dall’Ariam

Cosa pensi della proposta di utilizzare DDT contro le zanzare?

Sono tendenzialmente contrario, in primo luogo perché penso che l’uso del DDT potrebbe scappare dal controllo governativo, a causa di corruzione, mafia ed interessi nascosti. Nelle mani sbagliate, grandi quantità di DDT potrebbero causare disastri ecologici ed ambientali irreparabili.

Credo che siano altrettanto efficaci ma molto più sicure campagne di educazione all’utilizzo e alla realizzazione delle tende spruzzate con insetticida, campagne di sensibilizzazione verso il mantenimento di giuste condizioni igieniche e bonifiche ambientali nelle zone infestate dalla malaria.

Sono presenti in Camerun centri di ricerca per le malattie tropicali o associazioni non governative?

In Camerun sono presenti diverse organizzazioni non governative, quali Emergency, che si occupano di collaborare in campo ospedaliero ed educare i cittadini ai metodi innovativi di coltura agricola. Vi sono alcuni centri di ricerca in campo biomedico, sostenuti da fondi europei; vi sono progetti di collaborazione con università francesi ad esempio, dalle quali sono giunti in Camerun alcuni ricercatori.

Qual è il ruolo delle case farmaceutiche nella distribuzione dei farmaci?

Alla case farmaceutiche non interessa fare ricerca sui farmaci antimalarici. Per un progetto completo occorrono 10-15 anni di esperimenti in laboratorio e poi altri 5 anni per la sperimentazione clinica… I tempi sono ovviamente lunghi, senza guadagni immediati e soprattutto senza la certezza che i paesi africani colpiti potranno ripagare queste ricerche.

Esistono dei progetti dell’ONU per sconfiggere la malaria?

“Roll Back Malaria” è un progetto dell’ONU…

L’ONU fornisce fondi monetari per alcuni progetti di ricerca contro la malaria, con la restrizione di ottenere risultati specifici in un certo intervallo di tempo. L’ONU si occupa di educare, direttamente nei paesi africani, le popolazioni all’assunzione dei farmaci contro la malaria; infatti vengono compilate vere e proprie ricette nei dialetti locali per facilitare tutti i malati.

Cosa possono fare i paesi europei per sostenere la battaglia contro la malaria?

I paesi africani non ce la possono fare da soli, e le malattie tropicali non possono essere studiate facilmente sul posto; nella maggior parte dei casi non vi sono strumentazioni adatte, e le analisi diagnostiche più semplici appaiono difficili da realizzare. Un ulteriore problema è che spesso i governi non sanno gestire i fondi monetari ricevuti, e in alcuni casi l’acquisto di armi è più importante delle cure mediche

Secondo me l’obiettivo dei progetti internazionali deve essere semplice e indirizzato verso mezzi di protezione di prima necessità contro le zanzare (quali le zanzariere e tende impregnate di insetticida)

Qual è la descrizione delle malattie tropicali data dai media nel Nord del Mondo?

Ai mass media non interessano i problemi vitali dei paesi africani, e soprattutto che la malaria causi 3 milioni di morti l’anno. Esistono molte malattie dimenticate, e le poche notizie pubblicate documentano le epidemie di Ebola in Congo e Zaire; solo in questo modo le morti suscitano interesse.

Le popolazioni europee non sanno cosa accade veramente nel mio paese e nel resto dell’Africa.

Ho recentemente partecipato ad un seminario di parassitologia a Londra, nel quale abbiamo discusso dei progetti di ricerca sulla malaria. Al termine però, in seguito ad altri congressi organizzati in molte università europee, i ricercatori non mantengono contatti telematici che a mio parere sarebbero utili per proseguire un piano di studi comune.

Conosci alcuni centri di ricerca sulle malattie tropicali in Europa?

Sì, conosco ad esempio la Scuola per le malattie tropicali di Liverpool in Inghilterra e altri centri in Gran Bretagna, Francia e Olanda. La concentrazione di laboratori specializzati in questi paesi europei è giustificata dal fatto che molti loro cittadini lavorano in Camerun ed in altri paesi africani. Questi cittadini si ammalano in Africa e la ricerca è soprattutto finalizzata a risolvere questi problemi.

Per quanto riguarda l’Italia, so della presenza di un gruppo di ricerca a Roma dedicato allo studio dello sviluppo del Plasmodio nelle zanzare. Trovo molto interessanti i progetti di questi ricercatori in Burkina Faso: hanno diversi contatti e anche un centro di lavoro in Africa.

Oskar, perché hai scelto di studiare e lavorare come ricercatore in campo medico in Italia?

Prima di spostarmi in Europa conoscevo già bene la geografia della penisola italiana; ho scelto Torino e soprattutto ho scelto l’Italia poiché mi ha permesso di frequentare la facoltà di Biologia e laurearmi senza aver ricevuto una borsa di studio dal Camerun. Una volta terminata l’università, ho avuto alcuni contatti con il laboratorio nel quale lavoro grazie ad un amico ricercatore, emigrato anche lui dal Camerun.

La mia scelta di trasferirmi in Italia è stata coraggiosa, piena di determinazione e forza d’animo. A tutti quei ragazzi, anche italiani, che possono permettersi di fare esperienze all’estero suggerisco di partire appena possibile, muniti di grande coraggio e voglia di imparare. Poco dopo l’arrivo in un paese straniero è difficilissimo esprimersi e fare amicizie se non si conosce la lingua, ma con il tempo vi accorgerete che ne vale la pena.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Al termine del mio dottorato, dedicato in particolare alla correlazione tra anemie e protezione dal parassita malarico, vorrei ritornare in Camerun; da qualche mese mi sto impegnando nella ricerca di un lavoro nel mio paese, o in alternativa in Inghilterra. Mi piacerebbe partecipare come ricercatore in progetti di collaborazioni internazionali tra le università camerunensi ed europee.

Cosa cambieresti nella ricerca italiana?

Probabilmente molto…direi la mentalità in toto.

Per iniziare maggiore protagonismo per i dottorandi, stipendi più alti e soprattutto una bell’iniezione di passione. Il giovane ricercatore dovrebbe avere più spazio, dovrebbe avere la possibilità di fare diverse esperienze, senza essere schiacciato dalla burocrazia e dagli ingranaggi accademici: soggiorni all’esterno, maggiore protagonismo nell’insegnamento, partecipazione a conferenze, ecc.

Inoltre vi è una cronica mancanza di comunicazione con il mondo esterno alla ricerca; una comunicazione biunivoca, che veda un dialogo aperto fra la gente qualunque ed i ricercatori.

Per quanto riguarda la malaria, è necessaria una collaborazione con i paesi direttamente colpiti, magari attraverso lo scambio di materiale, informazioni e attraverso progetti di ricerca che vedono le università africane al fianco di quelle occdentali.


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