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La malaria uccide 3000 bambini al giorno. Mario Coluzzi racconta la situazione africana. I rischi per i fotografi
Una delle cose che colpiscono di più chi si avvicini oggi alle scienze naturali è la straordinaria vastità di interessi di cui si occupa questa di sciplina: dalla biologia molecolare alla fitogeografia, dalla citologia alla zoologia, dalla genetica alla microbiologia dalla tettonica a
zolle alla paleontologia: non c'è tema che non sia in qualche modo coinvolto nella formazione di scenari per l'evoluzione biologica, fondamento proprio delle scienze naturali. In
questo, la fotografia riveste un ruolo in sostituibile: non esiste laboratorio scientifico che trascuri la documentazione fotografica delle attività o pubblicazione scientifica che non
sia arricchita da immagini corredate da didascalie, spesso più esaurienti del testo.
Il professor Mario Coluzzi, scienziato e collaboratore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'Epidemiologia della Malaria del Dipartimento di Scienze di Sanità Pubblica
dell'Università La Sapienza di Roma, conosce bene il valore della fotografia scientifica e documentaristica.
Durante la puntura, l'anopheles gambiae opera una filtrazione del sangue e concentrazione di sostanze nutritive con eliminazione di plasma
dall'ano. |
"La fotografia è importantissima per la mia attività in laboratorio", spiega il professore, "Uso la microfotografia per i miei
lavori di citogenetica ma anche per gli studi di anatomia della zanzara. La macrofotografia, invece, è utile per la documentazione ecologica".
Accademico dei Lincei, esperto internazionale nel campo della malaria, Coluzzi è stato membro del Committee on Malaria Prevention and Control dell'Accademia delle Scienze degli Stati
Uniti e della Task Force on Malaria Prevention and Control dell'Advisory Group on the Control of Tropical Diseases, e della Task Force for the Multilateral Initiative on Malaria (MIM).
Socio della Società italiana di Parassitologia, della Royal Society of Tropical Medicine and Hygiene: e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, è impegnato da quarant'anni in un'intensa
attività di cooperazione con i paesi in via di sviluppo specie sui problemi dell'Africa sub-sahariana.
"L'Africa è quanto mai varia e questo si riflette sulla patologia malarica. Basti pensare che il clima varia dalle condizioni desertiche
alla foresta tropicale pluviale, e documentare i vari ambienti e i potenziali focolai malarici è di grande aiuto per attuare una strategica profilassi e monitorare l'evoluzione delle
specie anofeliche".
Nei suoi viaggi nel continente nero, Coluzzi fotografa ancora con un paio di Nikon F e con obiettivi 28mm. 35mm. Miero-Nikkor 55mm e 105mm. La sua potrebbe sembrare un'attrezzatura spartana e inadeguata, invece, viaggiare leggeri in climi non favorevoli ed in condizioni estreme è molto importante. Prima della diffusione del digitale, la fotografia scientifica si avvaleva dei metodi tradizionali e la camera oscura occupava, in ogni serio laboratorio scientifico, un posto molto importante. Mario Coluzzi conosce bene la tecnica di camera oscura, ciò nonostante non trascura la tecnologia che avanza.
A 1000 ingrandimenti ecco delle ovario le conevidenza di cellule nutrici di anopheles gambiae.
L'anopheles gambiae diventata zanzara subito dopo la metamorfosi dallo stato di larva. |
"Con la fotografia digitale tutto sembra apparentemente più facile ed immediato, tuttavia essa conserva pur sempre le regole dettate da quella tradizionale che rimane ancora la
base di un risultato professionale".
Cultore delle teorie di Ernst Mayr sull'evoluzione e sulla speciazione delle specie animali, uomo compreso, nei suoi articoli impegnati sul fronte evoluzionista e sociale, Coluzzi
propone importanti considerazioni. Ha scritto su il Soie 24 Ore: "Ogni qual volta ci troviamo a contrastare lo strumento culturale utilizzato in funzione antisolidaristica, i
risultati sono di solito dirompenti e non importa se - in nome di Dio della patria o della razza o più direttamente del petrolio - sono pronti a scatenarsi i comportamenti latenti più
criminali".
Ovvio che, per un personaggio cosi, la fotografia sia indispensabile. Taccuino di appunti per le pubblicazioni destinate a riviste scientifiche del calibro di Nature e Science, ma anche
mezzo didattico destinato ai suoi studenti per appassionarli alla parassitologia e all'Africa, continente ricco di una biodiversità che invano si tenta di porre sotto controllo. Basti
pensare al solo Plasmodium falciparum (agente eziologico della malaria grave) che dimostra di avere proprio in Africa profonde radici che dipendono dalla stretta associazione con un sistema vettoriale capace di produrre tassi di inoculazione notevolmente superiori ai valori minimi in grado di saturare la popolazione umana.
"Le cifre sono drammatiche: ogni giorno, in Africa, muoiono di malaria ben 3000 bambini e per quelli che sopravvivono ad un attacco grave, restano danni neurologici in genere sub clinici ma permanenti che, spesso, interessano la sfera del cognitivo. Ciò significa che gran parte del potenziale intellettuale africano viene perduto e questa è una delle ragioni fondamentali del sottosviluppo culturale e della povertà che, a loro volta, alimentano la malattia in un drammatico circolo vizioso".
Due larve di mansonia che respirano grazie alla presenza di un sottile tubicino che permette di sfruttare l'ossigeno nell'atmosfera. |
Noi che viviamo virtualmente al sicuro da importanti patologie parassitarie, ci spaventiamo quando veniamo minacciati da epidemie come la SARS
o il morbo della mucca pazza. Solo allora saggiamo cosa vuol dire vivere con la paura di contrarre una grave patologia. Non dimentichiamo però che nell'Italia dell' Ottocento la malaria
provocava più di 15. 000 morti all'anno specie nel Meridione.
"Allora, in Italia, la percezione della malaria diffusa e favorita dalla distribuzione non uniforme del rischio di trasmissione, era limitata in genere a zone al di sotto di 300
metri di altitudine, prevalentemente costiere. Cosi che si tendeva a evitare la 'mala-aria', con brevi soggiorni nelle zone a rischio: ma questo dava modo al parassita di manifestarsi
prevalentemente nei non immuni producendo una mortalità di carattere epidemico distribuita su tutte le classi di età.
Oggi, in Africa i dati parlano di più di un milione di bambini morti ogni anno, e molti, da noi, non lo sanno nemmeno.
"Nel continente africano la condizione è completamente diversa, Nell'Africa sub-sahariana l'eccezionale antropofilia del vettore e la sua particolare ecologia larvale, legala a
piccole pozze d'acqua temporanee, determinano una endemia uniforme che comporta indici di inoculazione medi di oltre 100 punture infettanti per uomo per anno: nessun africano può
sfuggire ad almeno un'infezione nei primi due anni di vita!"
Il fotoreportage, i libri e le mostre dedicale a questo tema aiutano a far conoscere e temere queste malattie, ma servono a denunciare una condizione sociale grave di cui i popoli più
fortunati, hanno una parte morale e materiale di responsabilità. La fotografia, se praticata con umanità, spezza l'indifferenza. Spesso invece si nota l'interferenza nella privacy di
questa povera gente da parte dei media sempre alla ricerca della notizia. Davvero basta che se ne parli?
"Personalmente sono sempre stato attento alla reazione del soggetto, e quando mi accorgevo che in alcuni casi, di fronte alla macchina fotografica, subentrava il carattere
religioso, rispettavo l'intimità. Tuttavia, sono d'accordo con chi utilizza le immagini a fin di bene per far conoscere determinati problemi, ma sarebbe giusto che il ricavato di queste
pubblicazioni andasse alle vittime e non diventasse puro lucro".
Una larva di Anopheles da coltura in laboratorio sotto il pelo dell'acqua. |
Carlo Urbani, altro grande parassitologo e l'olografo, noto al grande pubblico per aver pagato con la vita il prezzo dell'altruismo e della
ricerca, nel discorso per la celebrazione italiana del premio Nobel del 1999, ha scolpito i tratti di una corretta informazione: "Troppi corpi emaciati, mutilati; troppi sorrisi ci
tornano alla mente per non chiedere con insistenza che le guerre dimenticate di Congo, Angola, Sierra Leone, Liberia. Sri Lanka, Burundi, Afghanistan, Somalia o le epidemie di colera in
Mozambico o di peste in Colombia, o la mancanza di farmaci efficaci per la malattia del sonno o per la diarrea, trovino di tanto in tanto qualche spazio in più nelle discussioni
politiche nel nostro paese, nelle pagine dei giornali, nelle televisioni.
"Forse", ha concluso Urbani, " è pura illusione che la nostra pressione sia utile... ma siamo convinti, anche se è vero che le parole non salvano vite umane, che il
silenzio le uccide. "
Ciò nonostante è sotto gli occhi di tutti, specie per servizi delle televisioni, il continuo flusso migratorio clandestino africano per il quale occorrono speciali strategie. Continua
a pagina 2
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